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Dove sono gli studenti? La voce inascoltata in tempo di crisi

Dove sono gli studenti? La voce inascoltata in tempo di crisi

Dove sono gli adolescenti? La voce degli studenti inascoltati nella crisi. Lo studio di Save The Children

Secondo l’ONU, la pandemia ha causato 

La più grande interruzione dei sistemi educativi della storia, interessando quasi 1,6 miliardi di studenti in più di 190 paesi in tutti i continenti” 

In Italia la chiusura delle scuole è iniziata il 23 febbraio 2020 in alcune regioni del nord, e si è poi estesa all’intero territorio nazionale dal 5 marzo 2020.

Da allora, è iniziato un nuovo mondo, che i ragazzi stessi – intervistati da Save The Children – hanno definito “un mondo sottosopra”. 

È cominciato un mondo di lezioni fatte al computer, di compiti scaricati e inviati via mail, di gruppi di studio in videochiamata, di scuola fatta in pigiama mentre si fa colazione seduti al tavolo della cucina. 

La scuola è cambiata per sempre

I dati sulla scuola in tempo di pandemia

I dati Istat raccontano che 1 studente su 8 – il 12,3% – tra i 6 e i 17 anni, circa 850mila persone, non ha a disposizione né pc né tablet. 

Nel centro Italia si sale fino a 1 minore su 5 – il 19% -.

Circa 3milioni e 100mila studenti tra i 6 e i 17 anni – il 45,4% – hanno difficoltà a seguire la didattica a distanza, per mancanza di dispositivi tecnologici in famiglia, o perché del tutto assenti o perché devono condividerli con fratelli e sorelle o perché inadeguati a supportare i programmi usati per la didattica a distanza (DAD).

A queste difficoltà si aggiunge il problema dell’assenza di spazio adeguato all’interno delle case per seguire le lezioni a distanza.

Secondo l’Istat nel 2018, in Italia, oltre 4 minori su 10 – il 41,9% – hanno vissuto in condizioni di sovraffollamento abitativo. 

Ciò, in tempo di pandemia, incide molto sulla capacità di bambini e ragazzi di concentrarsi per seguire con attenzione le lezioni online e, poi, di fare i compiti.

Come stanno bambini e adolescenti?

Oltre all’apprendimento, però, bisognerebbe prestare attenzione anche alle ripercussioni emotive e psicologiche che la pandemia ha avuto e sta avendo su bambini e adolescenti, soprattutto di quelli che già vivevano in condizioni di maggior svantaggio.

È passato quasi un anno dall’inizio della pandemia. In quasi 12 mesi bambini e adolescenti sono spariti dal dibattito pubblico e dalla politica. 

Si è parlato di loro solo come soggetti a rischio per la trasmissione del contagio oppure, in qualche raro caso, per la loro diretta mobilitazione a favore della riapertura delle scuole. 

Non si capisce perché, dal momento che è evidente che gli effetti della pandemia graveranno sul loro futuro.

Per questo Save The Children, in collaborazione con Ipsos, nell’indagine “Dove sono gli adolescenti? La voce degli studenti inascoltati nella crisi”, ha intervistato 1000 studenti tra i 14 e i 18 anni. 

I dati dell’indagine Save The Children e Ipsos

Partendo dall’esperienza della didattica a distanza, sebbene la maggioranza degli studenti la valuti positivamente (soprattutto i 14-15enni), un numero rilevante di adolescenti, quasi 4 su 10 (38%), esprime un giudizio negativo.

Più di 1 ragazzo su 3 (35%) ritiene che durante la DAD la propria preparazione scolastica sia peggiorata.

Per 7 studenti su 10 la DAD rende più complicato:

– concentrarsi durante le lezioni

– imparare nuove cose

– socializzare con i compagni

1 su 2 ritiene inoltre che sia più difficile rispettare il programma scolastico. 

Dal giudizio degli studenti emerge anche come i docenti abbiano affrontato l’emergenza senza disporre di una preparazione specifica sulla didattica a distanza. 

Oltre un terzo degli studenti (37%) dichiara che la totalità dei propri insegnanti ha continuato a fare lezione allo stesso identico modo di prima, trasferendo sullo schermo del pc le modalità utilizzate in aula, per il 44% solo qualcuno tra i propri docenti ha introdotto delle novità, mentre la maggior parte dei professori ha continuato a fare lezione come sempre.

Quelli che hanno cambiato, con il passaggio online, il modo di fare lezione, riguardano soprattutto, secondo i ragazzi

– la visione di video e filmati (65%)

– la messa in rete di lezioni digitali liberamente fruibili dagli studenti in modalità asincrona (49%)

– l’uso di esercizi interattivi, giochi didattici e test (40%)

Il 26% di giovani ha sperimentato la consultazione di articoli o paper on-line (26%), la divisione per gruppi (25%), lo studio di diverse materie insieme per argomenti (18%).

Le assenze e la dispersione scolastica in DAD

In media, nell’ultimo mese (lo studio si riferisce a novembre-dicembre 2020), i ragazzi intervistati hanno dichiarato di aver fatto 1,25 giorni di assenza. 

Più di un ragazzo su 10 riporta un numero di assenze pari a tre o più giorni nell’ultimo mese e quasi un ragazzo su 10 (8%) ammette che rispetto allo scorso anno scolastico le assenze sono aumentate.

Problemi di connessione o copertura di rete (28%) e problemi di concentrazione durante le lezioni online (26%) sono i motivi principali che portano a non frequentare regolarmente le lezioni online.

Più di 7 ragazzi su 10 (72%) dicono di avere almeno un compagno che sta facendo più assenze rispetto allo scorso anno (+ 16-18enni: 75% vs 69% dei 14-15enni). 

Più di un ragazzo su 4 (28%) afferma che dal lockdown di primavera c’è almeno un proprio compagno di classe che ha smesso completamente di frequentare le lezioni (1 su 3 al Centro, meno fra i più giovani: 24% fra 14-15enni vs 30% fra i 16-18enni). 

Di questi, il 7% afferma che i compagni di scuola “dispersi” durante il lockdown sono tre o più di tre.

Alla domanda sulla principale difficoltà sperimentata nella fruizione della DAD, gli studenti hanno risposto che è dovuta soprattutto alla fatica nel concentrarsi per seguire le lezioni online (citata da quasi un ragazzo su 2, il 45%) e dai problemi tecnici dovuti alla connessione internet o copertura di rete propria o dei docenti (41 e 40% rispettivamente).

Seguono i problemi tecnici dovuti alla scarsa digitalizzazione dei docenti e la noia (33% ciascuno).

I genitori rappresentano il principale punto di riferimento in caso di problemi con la DAD (44%), seguiti dai docenti (26%). 

In quasi un caso su 10 (9%), gli studenti riportano episodi di discriminazione online verso compagni che avevano problemi con la fruizione della DAD. 

Per quasi un ragazzo su 10 (8%), inoltre, la fruizione della DAD avviene in stanze condivise con altri membri della famiglia.

Quasi 4 ragazzi su 10 ritengono che il periodo a casa da scuola stia avendo ripercussioni negative sulla propria capacità di studiare (37%) e sul proprio rendimento scolastico (27%).

L’impatto emotivo e psicologico della pandemia sugli adolescenti

Il 24% degli adolescenti intervistati ritiene che stare a casa stia producendo un impatto negativo anche sulla propria salute. 

Quasi 2 ragazzi su 3 (63%) concordano sul fatto che quest’anno di pandemia abbia rubato loro la possibilità di vivere esperienze sentimentali importanti per qualunque giovane della loro età.

La “stanchezza” rappresenta lo stato d’animo prevalente nei giovani intervistati (31%), seguito da:

– incertezza (17%)

– preoccupazione (17%)

– irritabilità (16%)

– ansia (15%)

– disorientamento (14%)

– nervosismo (14%)

– apatia (13%)

– scoraggiamento (13%)

– esaurimento (12%)

All’estremo opposto della classifica dei sentimenti che maggiormente rappresentano lo stato d’animo degli adolescenti si trova la “rabbia”, che viene indicata solo dal 5% degli intervistati. 

Mentre la maggior parte degli intervistati condivide il suo stato d’animo con genitori e amici, più di un adolescente su 5 (22%) non ha trovato il modo di parlare con nessuno del proprio stato d’animo.

Come gli adolescenti vedono il futuro

Guardando ai progetti futuri e alle conseguenze di lungo termine dell’emergenza che stiamo vivendo, più di un ragazzo su 4 (28%) afferma di aver cambiato scelta riguardo il proprio percorso di studi o professionale a seguito della pandemia: quasi 1 su 10 ha dovuto rivedere i propri piani a causa delle difficoltà economiche della propria famiglia (il 6% non andrà all’università e cercherà invece un lavoro, il 3% sta valutando di lasciare la scuola per aiutare economicamente la famiglia in difficoltà).

Il 4% ha deciso invece di iscriversi ad un corso di laurea legato alle professioni sociosanitarie, il 7% si è reso conto di quanto è importante la scienza e ha deciso che al termine delle superiori proseguirà gli studi in ambito scientifico e l’8%, a seguito della pandemia, ha scelto di approfondire l’ambito di studi legato al digitale.

Ampliando lo sguardo ai possibili scenari post vaccino, solo 1 su 4 tra i giovani intervistati pensa che tutto possa tornare come prima, 4 ragazzi su 10 si immaginano infatti un modo diverso di stare insieme, più online, e ben 1 su 4 (30% al sud) pensa che continueremo ad avere paura.

Apre una finestra su possibili scenari di un mondo futuro il 23% degli adolescenti che pensa che quest’anno di pandemia abbia mostrato che non è così importante uscire di casa perché grazie alle nuove tecnologie si può restare in contatto con le altre persone. 

Di contro, l’85% degli intervistati ha capito quanto sia importante stare fisicamente insieme con gli amici, uscire, andare al parco, al bar.

Gli adolescenti e la politica

Nonostante il sentimento prevalente di “stanchezza”, gli adolescenti sono ben informati sulle tematiche al centro del dibattito politico. 

Ad esempio, il Piano europeo Next Generation raccoglie molto interesse da parte dei ragazzi: ne hanno sentito parlare 7 ragazzi su 10 e quasi 2 su 5 vorrebbero ricevere maggiori informazioni al riguardo.

Interpellati sulle proprie preferenze sugli investimenti da sostenere con il Piano, gli adolescenti mostrano tutta la loro preoccupazione riguardo alla crisi economica in corso e mettono il lavoro al primo posto, sia in riferimento agli interventi a favore dei giovani che del Paese nel suo complesso (rispettivamente il 30% dei ragazzi vorrebbe finanziamenti per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, percentuale che sale al 38% al sud, e il 29% vorrebbe finanziamenti per il mondo del lavoro in generale).

Seguono la possibilità di studiare all’estero gratuitamente (17%) e la possibilità di una frequenza universitaria gratuita (17%). 

Riferendosi agli investimenti per il Paese nel suo complesso, ragazzi e ragazze, oltre al lavoro, ritengono prioritario investire sulla salute (21%), sulla lotta alla povertà (19%) e sulla transizione ecologica (12%). 

Una soluzione (parziale) da cui trarre esempio

In considerazione della gravità e complessità della situazione e delle ricadute nel medio e lungo periodo per il benessere e le condizioni di vita dei più giovani, Save the Children ha elaborato un programma, “Riscriviamo il Futuro”, partito a giugno 2020 e che si concluderà a settembre 2021.

La strategia del programma si impernia sui bisogni emersi dal dialogo e dal confronto diretto con bambini, adolescenti, famiglie, scuole, operatori, realtà e istituzioni locali.

Riscriviamo il Futuro ha l’obiettivo di raggiungere, in Italia, 100 mila bambini e adolescenti che vivono in contesti svantaggiati con una serie di iniziative per contrastare la povertà educativa e ridurre i rischi di dispersione scolastica. 

Il programma si sviluppa per mezzo di una rete attiva sul territorio, nelle scuole e in ambienti extrascolastici e con un diretto impegno rivolto alle famiglie che affrontano gravi difficoltà materiali. 

Nei primi sei mesi dall’avvio del programma (giugno-dicembre 2020) sono state raggiunte e sostenute oltre 66 mila persone, tra bambini, adolescenti, famiglie e docenti in tutta Italia. 

Il programma Riscriviamo il Futuro ha due obiettivi principali: la lotta alla povertà educativa e alla dispersione scolastica, da un lato, con interventi mirati a garantire un sostegno educativo nel contesto scolastico ed extrascolastico agli studenti con maggiori difficoltà. 

Dall’altro, supportare le famiglie più vulnerabili dal punto di vista socio-economico, per garantire un intervento personalizzato e calibrato sulla base dei bisogni e delle necessità specifici di ogni nucleo.

Le previsioni OCSE sul futuro

Secondo l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, le perdite di apprendimento derivanti dalla chiusura delle scuole avranno ripercussioni sul benessere economico degli individui e delle nazioni.

Gli adulti del futuro avranno meno competenze e saranno meno in grado di partecipare alle attività economiche e sociali. 

A differenza dell’impatto economico diretto della pandemia, che sarà temporaneo, gli effetti della perdita degli apprendimenti rischiano invece di essere permanenti.

Gli impatti economici della perdita di apprendimento causata dal Covid-19

Nello studio The economic impacts of Covid-19 learning losses, in particolare nella sezione “Dirette evidenze sugli effetti della chiusura delle scuole” si legge:

Le perdite di apprendimento dovute alla chiusura delle scuole hanno davvero effetti a lungo termine? 

L’analisi di tre esempi di lunghe interruzioni scolastiche – indotte dagli scioperi, gli “anni scolastici brevi” tedeschi degli anni ‘60 e le lunghe vacanze estive – mostrano che è davvero così.

Nel 1990, ad esempio, gli insegnanti della parte vallona del Belgio scioperarono per diversi mesi, chiudendo ripetutamente quasi tutte le scuole per un massimo di sei settimane consecutive per diversi mesi. 

Belot e Webbink (2010) hanno confrontato lo sviluppo degli alunni colpiti con quelli della parte fiamminga del Belgio, che non è stata interessata dalla chiusura delle scuole dovuta allo sciopero. 

I risultati suggeriscono che le chiusure scolastiche hanno portato a un livello di istruzione inferiore, compreso un minore completamento dei diplomi a livelli di istruzione superiore.

L’esperienza degli “anni scolastici brevi” tedeschi

Nel dopoguerra, l’anno scolastico iniziò in primavera nella maggior parte degli stati federali tedeschi. Per uniformare la data di inizio dell’anno scolastico all’autunno a livello nazionale, nel 1966/1967 si sono svolti due brevi anni scolastici in molti stati: il primo è durato da aprile a novembre 1966, il secondo da dicembre 1966 a luglio 1967. 

Nella letteratura attuale vengono analizzati gli effetti di questi brevi anni scolastici insieme a quelli

Dell’estensione della scuola dell’obbligo da otto a nove anni attuata in molti stati durante lo stesso periodo.

Sulla base dei dati tedeschi, si vede che gli studenti colpiti dai due brevi anni scolastici hanno effettivamente ricevuto un totale di quasi un anno in meno di istruzione (Hampf, 2019). 

Questa perdita può essere vista anche nelle competenze a lungo termine degli alunni interessati: anche nella fascia di età compresa tra i 50 ei 60 anni, le competenze matematiche sono ancora inferiori di circa un quarto a causa dei due anni di scolarità breve (Hampf, 2019).

A lungo termine, gli anni scolastici brevi non solo hanno ridotto le competenze degli studenti ma anche il loro reddito nel mercato del lavoro. Gli studenti colpiti dagli anni scolastici brevi hanno raggiunto una media inferiore del 5% durante la vita lavorativa (Cygan-Rehm, 2018).

Conclusione

Nel complesso, l’esperienza di vari casi di continue chiusure scolastiche – dovute a scioperi, brevi anni scolastici o lunghe vacanze estive – mostra che la mancanza di istruzione ha un impatto negativo sulle opportunità a lungo termine per i bambini e gli adolescenti interessati. 

La chiusura delle scuole per tempi molto prolungati ha ampliato il divario nello sviluppo delle competenze. 

Di conseguenza, c’è un grande pericolo che la chiusura delle scuole aumenti ulteriormente la futura disuguaglianza nella società.

Abbiamo sviluppato il problema, adesso è il momento di cercare delle soluzioni. 

Valory è una di queste grazie al servizio di HELP DESK gestito da professionisti psicologi, i progetti di orientamento 4.0 per sostenere i ragazzi durante un periodo fatto di scelte e una community di ragazzi che cercano nei social uno strumento di crescita.

Se hai domande sull’approfondimento o proposte di soluzioni contattami sui canali social di Valory, sarò felice di risponderti e di avere uno scambio di opinioni. 

Oppure, scrivi le tue riflessioni, i tuoi dubbi, le tue domande nei commenti qui sotto.

Mariangela Campo

Obiettivo Ben-Essere con Marianna Benatti

Obiettivo Ben-Essere con Marianna Benatti

Nel corso degli ultimi anni assistiamo alla tendenza di creare benessere attorno a noi: nella nostra casa, con gli amici, nel tempo libero, nelle scuole e nel mondo del lavoro. La parola “Benessere” , in particolar modo in questo periodo, è diventata la priorità per le aziende e le persone.
Il significato, oggi, è più articolato, più ampio: include lo stato fisico, mentale e psicologico e tende all’armonia tra uomo e ambiente. Le nuove case vengono pensate secondo criteri di bio-architettura, con sempre più soluzioni home wellness. La scelta del cibo è più attenta, sani ed equilibrati regimi alimentari diventano i nuovi stili di vita. Le scuole valorizzano sempre più  azioni volte a creare un contesto educativo mettendo al centro il bambino e il suo benessere (integrazione e adattamento sociale,autostima…). Le aziende promuovono per i loro dipendenti soluzioni di Welfare e Wellness , mettendo al centro i collaboratori e i suoi bisogni.

In questo articolo abbiamo intervistato Marianna Benatti, che, della cultura del benessere, ne ha fatto il suo lavoro e la sua passione. E’ Well-being & Employer Branding Leader in Deloitte Italia e Manager nel team Sustainabilty di Deloitte Audit&Assurance. È una delle massime esperte e Influncer in Italia sui temi di Well-being.
Cosa è Well-being? “Well-being è una strategia volta a migliorare il benessere delle persone a 360° affinché queste possano essere piene di energia, sicure e consapevoli in tutti gli aspetti della loro vita. Una mente concentrata, un corpo energico e un senso di appartenenza alla comunità sono gli elementi che, operando in modo sinergico, consentono a un individuo di esprimere al meglio le proprie potenzialità, integrando la vita professionale con quella personale”.

Come responsabile di un importante progetto che guarda al benessere delle persone all’interno delle aziende, come spiega ai giovani questa nuova attenzione?
La maggior parte delle aziende italiane si occupano già da anni del benessere delle persone ma raramente l’hanno mai fatto in termini strategici e olistici. Negli ultimi anni, anche in Italia, ci si è resi conto dell’importanza di avere una vera e propria strategia che guardi al benessere dell’individuo a 360 gradi perché persone felici e in salute sono più produttive, più ingaggiate, più fidelizzate, meno propense ad assentarsi per malattia. Inoltre questo ha un impatto non solo per l’azienda ma anche per il territorio e la comunità e permette di rafforzare l’impegno sociale delle aziende. 

Può spiegare ai nostri VALORYERS con tre sostantivi, lo scopo principale di un progetto di well-being aziendale?
Se dovessi riassumere l’obiettivo alla base di ogni nostra iniziativa utilizzerà queste 3 parole: Engagement, Risultati e Sostenibilità. Nella situazione odierna stiamo cercando di porre sempre maggiore attenzione nel mantenimento di un rapporto sano, attivo e costruttivo con le nostre persone, improntato sulla creazione di nuovi stimoli che le mantengano interessate e soprattutto ingaggiate. Investiamo nel well-being in quanto il benessere delle persone si traduce in creazione di valore che porta a migliori risultati e produttività e anche impatto sociale. 

L’inserimento delle nuove generazioni nelle organizzazioni aziendali che problematiche deve superare, da entrambi i lati, per raggiungere livelli di efficienza?
Più che problematiche parlerei di opportunità. Opportunità di imparare da generazioni diverse: sia persone più senior da persone più giovani che viceversa. Questo sicuramente può portare a una maggiore efficienza.

Quali sono state le difficoltà e i vantaggi che il well-being ha dovuto affrontare durante il lockdown?  

L’emergenza sanitaria ha posto una maggiore attenzione sul benessere delle persone e questo sicuramente è stato un “vantaggio” per le nostre attività. La difficoltà è stata quella di ripensare alle azioni che avevamo programmato e creare un programma specifico, digitale, che fosse particolarmente utile in quel periodo. Abbiamo pensato che dovevamo puntare da un lato sull’aiutare le persone a mantenere uno stile di vita sano per aver un buon sistema immunitario e dall’altro supportarle nella nuova modalità di lavoro, completamente da remoto. Abbiamo così creato un programma per promuovere il movimento in casa, il riposo, la gestione dello stress e una corretta nutrizione. Inoltre abbiamo sviluppato dei toolkit con dei tips su come lavorare al meglio da remoto, su come gestire i team a distanza e sui virtual meeting.

Che tipo di formazione consiglierebbe ad un giovane che vuole occuparsi di well-being? Quali sono le caratteristiche fondamentali che richiede? 

Attualmente non esiste in Italia una formazione specifica, essendo il well-being un ambito nuovo in continua evoluzione e studio, ma il sempre maggior interesse delle aziende verso questo nuovo campo sta portando alla creazione di corsi ad hoc che nel tempo sicuramente continueranno ad aumentare e ad affermarsi. Chi oggi vuole indirizzarsi verso questa carriera deve sicuramente possedere competenze in ambito di comunicazione interna ed esterna, una conoscenza dei concetti di CSR e sostenibilità, oltre che un interesse per temi quali nutrizione, movimento, stress management e engagement. La voglia di rimanere aggiornati su un tema così vasto e sempre in aggiornamento non deve mai mancare, insieme ad una buona dose di empatia e capacità di utilizzo dei social per poter raggiungere i propri interlocutori.

L’ambiente in cui viviamo sicuramente influenza moltissimo il nostro benessere e la nostra felicità. Probabilmente questo è un concetto scontato.  Diventa però strategico poter cambiare e migliorare quello che non ci rende felici e, se vuoi farlo in grande, puoi diventare anche tu un Well-being manager, una figura professionale che guarda al futuro… come Valory!

Non perdere i consigli preziosi su come mantenersi in salute al giorno d’oggi per essere più efficienti anche al lavoro, dati da Marianna Benatti durante l’intervista rilasciata a Jessica Stella, giovane #valoryreporter.

La trovi solo su Valory App.

Linda Lato

Comunicare in modo costruttivo

Comunicare in modo costruttivo

Comunicare in modo costruttivo, come si fa?

Nell’ultimo anno il digitale ha raggiunto risultati incredibili, con molte più persone che trascorrono del tempo online. 

Nello studio condotto da Data Reportal, in collaborazione con We are social e Hootsuite, emerge che il numero di persone in tutto il mondo che usa Internet è cresciuto fino a 4,54 miliardi, con un aumento del 7% (298 milioni di nuovi utenti) rispetto a gennaio 2019.

Le persone che hanno usato i social sono aumentate del 9% (321 milioni di nuovi utenti) rispetto al 2019. 

Più di 5,19 miliardi di persone ora utilizza lo smartphone, con un numero di utenti aumentato di 124 milioni (2,4%) nell’ultimo anno.

Si capisce perché i siti di notizie facciano a gara per pubblicare breaking news – notizie dell’ultima ora – il più velocemente possibile, costringendo i giornalisti a concentrarsi su quello che sta accadendo in quel preciso momento, e non sul perché o sul come. 

Comunicare in modo costruttivo

La comunicazione costruttiva, invece, focalizza l’attenzione proprio su questi punti: 

– Perché è successo? 

– Come è successo? 

– C’è una soluzione a questo problema che abbia già funzionato altrove?  

– Come hanno fatto a farla funzionare?

– Si potrebbe fare meglio? C’è qualcuno che l’ha fatta meglio?

Facciamo un esempio: quando un terremoto devasta un territorio e una comunità, sentiamo parlare subito dei danni, dei morti, delle colpe. Informazioni che ci sono utili per inserire l’accaduto nel contesto, certo, ma che non ci dicono se per esempio in quel determinato luogo si era già fatto qualcosa per prevenire i danni dei terremoti e, se sì, perché quel qualcosa non ha funzionato.

I tre pilastri della comunicazione costruttiva: Problema, soluzione, processo

La comunicazione costruttiva, oltre a esporre il problema e tutto quanto ruota intorno ad esso, include la segnalazione delle soluzioni a questo problema. 

Soprattutto, la comunicazione costruttiva considera fondamentale il processo che ha portato la soluzione a un problema

Inoltre, racconta i limiti della risposta al problema, i suoi punti deboli, senza “celebrare” l’organizzazione o il personaggio che ha trovato (e provato) per primo questa soluzione. 

Julia Hotz, che fa parte del network del Solutions Journalism americano, ha detto: 

“Non esiste mai una soluzione con la S maiuscola a un problema. Le storie di soluzioni migliori spesso non parlano solo di come un’organizzazione, una politica o una persona ha risposto a un problema. L’idea è di accostare i diversi approcci per risolvere un certo problema e vedere se c’è una linea comune”.

Anche il fallimento è una soluzione

Non tutte le idee per il cambiamento sociale funzionano. Ma ciò non significa che non sia utile parlarne. Al contrario, la comunicazione costruttiva trova nel fallimento una grande lezione di esempio per le persone. 

La domanda da cui partire è:

– Gli altri possono imparare da questo fallimento?

Se altre persone possono imparare qualcosa da quello che raccontiamo, indipendentemente dal fatto che il tentativo abbia avuto successo o meno, ci sono gli elementi per scrivere una storia costruttiva

Se hai domande sulla comunicazione costruttiva contattami sui canali social di Valory, sarò felice di risponderti e di avere uno scambio di opinioni. 

Oppure, scrivi le tue riflessioni, i tuoi dubbi, le tue domande nei commenti qui sotto.

Mariangela Campo
Non avere paura ad essere straordinari” – Intervista a Federico Morgantini

Non avere paura ad essere straordinari” – Intervista a Federico Morgantini

La visione a lungo termine del business è sicuramente una dote vincente: riuscire ad essere “visionari” e saper anticipare i tempi, costruendo un futuro imprenditoriale che altri non vedono. Tutto questo, facendosi guidare dalle proprie passioni.
La carriera professionale di Federico Morgantini, intervistato per voi in occasione dei Didays dai nostri #valoryreporter, ci racconta proprio questo. Aveva ben presto compreso le opportunità multimediali, seguendo la sua passione per la scrittura.
La sua esperienza nel digitale inizia già nel 1997, fondando una delle prime società di web marketing in Italia, quando il digitale era ancora ai suoi esordi. Nel 2002, seguendo la sua passione per le moto e facendo un percorso apparentemente contrario a quanto si possa pensare, passa dall’editoria elettronica a quella cartacea diventando socio e marketing manager di MotoHP, una rivista dedicata al mondo delle moto di alto livello.
Nel 2004 si  trasferisce a Shanghai occupandosi di consulenza per lo sviluppo di aziende e startup italiane in Asia. Successivamente inizia la sua esperienza con BFC Media (media&digital company leader nell’ informazione sul personal business e sui prodotti finanziari) prima ad Hong Kong e, successivamente, in Italia diventandone socio, entrando nel Consiglio di Amministrazione e seguendone tutta la parte digital. Oggi la BFC media ha  6 magazine (tra cui Forbes Italia, rivista ammiraglia), 12 siti e due canali televisivi.

Nella sua intervista esclusiva per Valory, ci confessa di aver già chiara la strada da percorrere già ai tempi dell’Università, quando dichiarava di voler seguire la professione di editore multimediale… ed era solo il 1995.

Come esperto di web marketing quanto ritiene importante trasferire alle nuove generazioni competenze di comunicazione digitale già a partire dai primi anni di scuola secondaria?

Se si parla di scuole secondarie professionali, non c’è dubbio che il digital marketing meriterebbe molto spazio e forse un intero indirizzo di studio che potrebbe aprire le porte a molti lavori del futuro. Quanto ai licei, dove si fanno ancora studi propedeutici a quelli universitari, si dovrebbe approfondire tutto il sapere digitale, non solo in ambito marketing, per creare menti capaci di pensare nuovi servizi e prodotti.

Nel campo dell’editoria il digitale ha dato un vantaggio al settore? Il supporto cartaceo resta a suo avviso un valore aggiunto per l’informazione o verrà completamente rimpiazzato?

Le tecnologie digitali hanno dato vita a una nuova editoria, molto più interattiva e veloce. Ma è palese che la carta rimane un supporto importante per abitudine e anche per “pregio”. Fra avere un editore che pubblica il tuo libro e fare da solo un e-book, c’è molta differenza. Fra essere sulla copertina di Forbes o in home page di Forbes.it, c’è molta differenza!

Da cosa trae ispirazione per scrivere i suoi articoli?

Studio la materia e soprattutto intervisto esperti che potrebbero dirmi cose che non sono ancora state mai scritte.

Nel suo libro “Un italiano in Shanghai” mette in risalto l’importanza della conoscenza di diverse culture, che consiglio si sente di dare ai nostri VALORYERS a riguardo?

Il consiglio è semplice, viaggiate!!!! Soprattutto da giovani! E fin quando non tornerà semplice viaggiare, studiate e interessatevi anche a ciò che è lontano dal vostro quotidiano. 

Uno dei nostri VALORYERS, Mattia Barbarossa è stato nominato da Forbes come uno dei migliori giovani talenti nella categoria science, c’è un suggerimento che vorrebbe  dare a ragazzi come lui?

Quello di non avere paura ad essere straordinari, a non avere paura ad andare all’estero se serve ad imparare di più, ma anche a cercare di attrarre in Italia eccellenze internazionali come loro.

Ha qualche consiglio per i giovani che vorrebbero dedicarsi al giornalismo come i nostri DIDAYS REPORTER?

Di iniziare! Iniziare da soli dai blogger e dagli account dei social. Poi con piccoli giornali locali o di nicchia. E comunque di farsi una propria audience, dei follower. Il futuro sarà molto meno delle testate giornalistiche e molto di più dei canali social dei singoli giornalisti. 

Innovate sempre ovunque vuoi agiate.

Pensa che uno strumento di comunicazione responsabile come ValorY possa sensibilizzare un nuovo trend che avvicini aziende e giovani, favorendo la crescita di talenti nel nostro paese?

Non c’è dubbio! Anche perché le aziende ormai hanno capito che i servizi e prodotti di domani, non solo digitali, non possono che essere pensati dai giovani. I giovani, oltre a chiedere di imparare dalle aziende, devono avere il coraggio anche di dare sulla base del loro valore aggiunto, che è la gioventù stessa.

Un racconto di vita con molte sfide e fatiche, ma altrettanti obiettivi raggiunti. Forse, non è ancora chiaro per te, come è invece accaduto per Federico Morgantini, quale sarà la professione del tuo futuro, ma l’obiettivo di Valory è permetterti di trovare ispirazione attraverso  le interviste e i racconti di vita di molti esperti che incontriamo e dei coach che ci sostengono.

Guarda anche la nostra video intervista con Federico Morgantini qui e completa solo su Valory App.

Linda Lato

Il Giornalismo costruttivo

Il Giornalismo costruttivo

Che cos’è il giornalismo costruttivo?

Il giornalismo costruttivo è un giornalismo orientato sulle risposte ai problemi, che si concentra su come questi problemi possano essere risolti. 

Al contrario del giornalismo tradizionale, che indaga esclusivamente sui problemi e su quello che non va, il giornalismo costruttivo mostra anche le soluzioni che funzionano in certe realtà e tra certe comunità, e offre un’immagine più completa del nostro mondo. 

I giornalisti costruttivi scrivono dei problemi del mondo, ma cercano prove del perché, in alcuni contesti e in determinate comunità, ci sono risposte a questi problemi che funzionano. 

E, nel caso non ci siano risposte positive, il giornalismo costruttivo indaga sul perché tutte le soluzioni provate fino ad ora non abbiano funzionato.

Questo approccio consente di innescare un dialogo costruttivo non solo con i lettori, che diventano più consapevoli e in grado di migliorare la comunità in cui vivono, ma anche con le istituzioni, con i professionisti e con i politici.

Il giornalismo costruttivo non ignora le notizie negative: al fianco della notizia negativa, però, accosta una o più possibili soluzioni, portando prove di risposte che funzionano già altrove o ponendo domande sul perché nessuna risposta abbia ancora funzionato.

Il focus del giornalismo costruttivo

Il giornalismo costruttivo racconta i molti modi in cui le persone e le istituzioni cercano di risolvere i problemi, sia che queste soluzioni abbiano successo, sia che non lo abbiano. 

Ad esempio, se ci occupiamo di istruzione, non possiamo parlare solo dei problemi strutturali della scuola in Italia. 

Abbiamo anche il dovere di raccontare le storie delle persone, insegnanti, presidi, politici, che lavorano per migliorare la scuola, per dare un quadro completo del contesto. 

Il giornalismo costruttivo mette in evidenza le emozioni della storia, il livello di coinvolgimento dei protagonisti, le relazioni che si sono attivate grazie alla storia e quelle possibili, il senso di quanto si sta raccontando e le proposte delle soluzioni trovate, analizzate e valutate.  

Non possiamo raccontare solo quello che non va e sperare che a risolvere i problemi ci pensi la società con nuove leggi o nuovi paradigmi mentali. La società siamo noi, tutti noi, ed è nostro compito lavorare insieme per renderla migliore. Le persone devono conoscere esempi e modelli credibili di cambiamento, di soluzioni ai problemi, per diventare consapevoli e poter agire per migliorare la società.

Il punto di vista del giornalismo costruttivo

Le storie di giornalismo costruttivo si concentrano sui problemi sociali, sulle soluzioni che le persone trovano a questi problemi e sui limiti e i difetti di queste soluzioni.

Le soluzioni vanno inserite nel contesto specifico in cui nascono, perché non è detto che una soluzione che funziona in una comunità funzioni anche in un’altra. 

Tuttavia, conoscere come le persone tentano di risolvere un problema innesca negli altri la pratica di porsi delle domande, di avere delle intuizioni sulle eventuali soluzioni, di rintracciare quelle possibili all’interno del proprio contesto. 

Gli esempi e i modelli delle storie costruttive si basano su dati e risultati reali. 

E, se le soluzioni trovate a uno specifico problema non hanno ancora prove che dimostrino la loro validità, i giornalisti costruttivi raccontano con trasparenza e semplicità la mancanza di queste prove e i motivi per cui, secondo loro, il racconto delle soluzioni sia comunque degno di essere raccontato. 

Ti aspetto su Valory App per leggere le tue considerazioni sul progetto di giornalismo costruttivo del Constructive Network

Immagine che contiene persona, bianco, capelli

Descrizione generata automaticamente

Mariangela Campo