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Dove sono gli studenti? La voce inascoltata in tempo di crisi

Dove sono gli studenti? La voce inascoltata in tempo di crisi

Dove sono gli adolescenti? La voce degli studenti inascoltati nella crisi. Lo studio di Save The Children

Secondo l’ONU, la pandemia ha causato 

La più grande interruzione dei sistemi educativi della storia, interessando quasi 1,6 miliardi di studenti in più di 190 paesi in tutti i continenti” 

In Italia la chiusura delle scuole è iniziata il 23 febbraio 2020 in alcune regioni del nord, e si è poi estesa all’intero territorio nazionale dal 5 marzo 2020.

Da allora, è iniziato un nuovo mondo, che i ragazzi stessi – intervistati da Save The Children – hanno definito “un mondo sottosopra”. 

È cominciato un mondo di lezioni fatte al computer, di compiti scaricati e inviati via mail, di gruppi di studio in videochiamata, di scuola fatta in pigiama mentre si fa colazione seduti al tavolo della cucina. 

La scuola è cambiata per sempre

I dati sulla scuola in tempo di pandemia

I dati Istat raccontano che 1 studente su 8 – il 12,3% – tra i 6 e i 17 anni, circa 850mila persone, non ha a disposizione né pc né tablet. 

Nel centro Italia si sale fino a 1 minore su 5 – il 19% -.

Circa 3milioni e 100mila studenti tra i 6 e i 17 anni – il 45,4% – hanno difficoltà a seguire la didattica a distanza, per mancanza di dispositivi tecnologici in famiglia, o perché del tutto assenti o perché devono condividerli con fratelli e sorelle o perché inadeguati a supportare i programmi usati per la didattica a distanza (DAD).

A queste difficoltà si aggiunge il problema dell’assenza di spazio adeguato all’interno delle case per seguire le lezioni a distanza.

Secondo l’Istat nel 2018, in Italia, oltre 4 minori su 10 – il 41,9% – hanno vissuto in condizioni di sovraffollamento abitativo. 

Ciò, in tempo di pandemia, incide molto sulla capacità di bambini e ragazzi di concentrarsi per seguire con attenzione le lezioni online e, poi, di fare i compiti.

Come stanno bambini e adolescenti?

Oltre all’apprendimento, però, bisognerebbe prestare attenzione anche alle ripercussioni emotive e psicologiche che la pandemia ha avuto e sta avendo su bambini e adolescenti, soprattutto di quelli che già vivevano in condizioni di maggior svantaggio.

È passato quasi un anno dall’inizio della pandemia. In quasi 12 mesi bambini e adolescenti sono spariti dal dibattito pubblico e dalla politica. 

Si è parlato di loro solo come soggetti a rischio per la trasmissione del contagio oppure, in qualche raro caso, per la loro diretta mobilitazione a favore della riapertura delle scuole. 

Non si capisce perché, dal momento che è evidente che gli effetti della pandemia graveranno sul loro futuro.

Per questo Save The Children, in collaborazione con Ipsos, nell’indagine “Dove sono gli adolescenti? La voce degli studenti inascoltati nella crisi”, ha intervistato 1000 studenti tra i 14 e i 18 anni. 

I dati dell’indagine Save The Children e Ipsos

Partendo dall’esperienza della didattica a distanza, sebbene la maggioranza degli studenti la valuti positivamente (soprattutto i 14-15enni), un numero rilevante di adolescenti, quasi 4 su 10 (38%), esprime un giudizio negativo.

Più di 1 ragazzo su 3 (35%) ritiene che durante la DAD la propria preparazione scolastica sia peggiorata.

Per 7 studenti su 10 la DAD rende più complicato:

– concentrarsi durante le lezioni

– imparare nuove cose

– socializzare con i compagni

1 su 2 ritiene inoltre che sia più difficile rispettare il programma scolastico. 

Dal giudizio degli studenti emerge anche come i docenti abbiano affrontato l’emergenza senza disporre di una preparazione specifica sulla didattica a distanza. 

Oltre un terzo degli studenti (37%) dichiara che la totalità dei propri insegnanti ha continuato a fare lezione allo stesso identico modo di prima, trasferendo sullo schermo del pc le modalità utilizzate in aula, per il 44% solo qualcuno tra i propri docenti ha introdotto delle novità, mentre la maggior parte dei professori ha continuato a fare lezione come sempre.

Quelli che hanno cambiato, con il passaggio online, il modo di fare lezione, riguardano soprattutto, secondo i ragazzi

– la visione di video e filmati (65%)

– la messa in rete di lezioni digitali liberamente fruibili dagli studenti in modalità asincrona (49%)

– l’uso di esercizi interattivi, giochi didattici e test (40%)

Il 26% di giovani ha sperimentato la consultazione di articoli o paper on-line (26%), la divisione per gruppi (25%), lo studio di diverse materie insieme per argomenti (18%).

Le assenze e la dispersione scolastica in DAD

In media, nell’ultimo mese (lo studio si riferisce a novembre-dicembre 2020), i ragazzi intervistati hanno dichiarato di aver fatto 1,25 giorni di assenza. 

Più di un ragazzo su 10 riporta un numero di assenze pari a tre o più giorni nell’ultimo mese e quasi un ragazzo su 10 (8%) ammette che rispetto allo scorso anno scolastico le assenze sono aumentate.

Problemi di connessione o copertura di rete (28%) e problemi di concentrazione durante le lezioni online (26%) sono i motivi principali che portano a non frequentare regolarmente le lezioni online.

Più di 7 ragazzi su 10 (72%) dicono di avere almeno un compagno che sta facendo più assenze rispetto allo scorso anno (+ 16-18enni: 75% vs 69% dei 14-15enni). 

Più di un ragazzo su 4 (28%) afferma che dal lockdown di primavera c’è almeno un proprio compagno di classe che ha smesso completamente di frequentare le lezioni (1 su 3 al Centro, meno fra i più giovani: 24% fra 14-15enni vs 30% fra i 16-18enni). 

Di questi, il 7% afferma che i compagni di scuola “dispersi” durante il lockdown sono tre o più di tre.

Alla domanda sulla principale difficoltà sperimentata nella fruizione della DAD, gli studenti hanno risposto che è dovuta soprattutto alla fatica nel concentrarsi per seguire le lezioni online (citata da quasi un ragazzo su 2, il 45%) e dai problemi tecnici dovuti alla connessione internet o copertura di rete propria o dei docenti (41 e 40% rispettivamente).

Seguono i problemi tecnici dovuti alla scarsa digitalizzazione dei docenti e la noia (33% ciascuno).

I genitori rappresentano il principale punto di riferimento in caso di problemi con la DAD (44%), seguiti dai docenti (26%). 

In quasi un caso su 10 (9%), gli studenti riportano episodi di discriminazione online verso compagni che avevano problemi con la fruizione della DAD. 

Per quasi un ragazzo su 10 (8%), inoltre, la fruizione della DAD avviene in stanze condivise con altri membri della famiglia.

Quasi 4 ragazzi su 10 ritengono che il periodo a casa da scuola stia avendo ripercussioni negative sulla propria capacità di studiare (37%) e sul proprio rendimento scolastico (27%).

L’impatto emotivo e psicologico della pandemia sugli adolescenti

Il 24% degli adolescenti intervistati ritiene che stare a casa stia producendo un impatto negativo anche sulla propria salute. 

Quasi 2 ragazzi su 3 (63%) concordano sul fatto che quest’anno di pandemia abbia rubato loro la possibilità di vivere esperienze sentimentali importanti per qualunque giovane della loro età.

La “stanchezza” rappresenta lo stato d’animo prevalente nei giovani intervistati (31%), seguito da:

– incertezza (17%)

– preoccupazione (17%)

– irritabilità (16%)

– ansia (15%)

– disorientamento (14%)

– nervosismo (14%)

– apatia (13%)

– scoraggiamento (13%)

– esaurimento (12%)

All’estremo opposto della classifica dei sentimenti che maggiormente rappresentano lo stato d’animo degli adolescenti si trova la “rabbia”, che viene indicata solo dal 5% degli intervistati. 

Mentre la maggior parte degli intervistati condivide il suo stato d’animo con genitori e amici, più di un adolescente su 5 (22%) non ha trovato il modo di parlare con nessuno del proprio stato d’animo.

Come gli adolescenti vedono il futuro

Guardando ai progetti futuri e alle conseguenze di lungo termine dell’emergenza che stiamo vivendo, più di un ragazzo su 4 (28%) afferma di aver cambiato scelta riguardo il proprio percorso di studi o professionale a seguito della pandemia: quasi 1 su 10 ha dovuto rivedere i propri piani a causa delle difficoltà economiche della propria famiglia (il 6% non andrà all’università e cercherà invece un lavoro, il 3% sta valutando di lasciare la scuola per aiutare economicamente la famiglia in difficoltà).

Il 4% ha deciso invece di iscriversi ad un corso di laurea legato alle professioni sociosanitarie, il 7% si è reso conto di quanto è importante la scienza e ha deciso che al termine delle superiori proseguirà gli studi in ambito scientifico e l’8%, a seguito della pandemia, ha scelto di approfondire l’ambito di studi legato al digitale.

Ampliando lo sguardo ai possibili scenari post vaccino, solo 1 su 4 tra i giovani intervistati pensa che tutto possa tornare come prima, 4 ragazzi su 10 si immaginano infatti un modo diverso di stare insieme, più online, e ben 1 su 4 (30% al sud) pensa che continueremo ad avere paura.

Apre una finestra su possibili scenari di un mondo futuro il 23% degli adolescenti che pensa che quest’anno di pandemia abbia mostrato che non è così importante uscire di casa perché grazie alle nuove tecnologie si può restare in contatto con le altre persone. 

Di contro, l’85% degli intervistati ha capito quanto sia importante stare fisicamente insieme con gli amici, uscire, andare al parco, al bar.

Gli adolescenti e la politica

Nonostante il sentimento prevalente di “stanchezza”, gli adolescenti sono ben informati sulle tematiche al centro del dibattito politico. 

Ad esempio, il Piano europeo Next Generation raccoglie molto interesse da parte dei ragazzi: ne hanno sentito parlare 7 ragazzi su 10 e quasi 2 su 5 vorrebbero ricevere maggiori informazioni al riguardo.

Interpellati sulle proprie preferenze sugli investimenti da sostenere con il Piano, gli adolescenti mostrano tutta la loro preoccupazione riguardo alla crisi economica in corso e mettono il lavoro al primo posto, sia in riferimento agli interventi a favore dei giovani che del Paese nel suo complesso (rispettivamente il 30% dei ragazzi vorrebbe finanziamenti per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, percentuale che sale al 38% al sud, e il 29% vorrebbe finanziamenti per il mondo del lavoro in generale).

Seguono la possibilità di studiare all’estero gratuitamente (17%) e la possibilità di una frequenza universitaria gratuita (17%). 

Riferendosi agli investimenti per il Paese nel suo complesso, ragazzi e ragazze, oltre al lavoro, ritengono prioritario investire sulla salute (21%), sulla lotta alla povertà (19%) e sulla transizione ecologica (12%). 

Una soluzione (parziale) da cui trarre esempio

In considerazione della gravità e complessità della situazione e delle ricadute nel medio e lungo periodo per il benessere e le condizioni di vita dei più giovani, Save the Children ha elaborato un programma, “Riscriviamo il Futuro”, partito a giugno 2020 e che si concluderà a settembre 2021.

La strategia del programma si impernia sui bisogni emersi dal dialogo e dal confronto diretto con bambini, adolescenti, famiglie, scuole, operatori, realtà e istituzioni locali.

Riscriviamo il Futuro ha l’obiettivo di raggiungere, in Italia, 100 mila bambini e adolescenti che vivono in contesti svantaggiati con una serie di iniziative per contrastare la povertà educativa e ridurre i rischi di dispersione scolastica. 

Il programma si sviluppa per mezzo di una rete attiva sul territorio, nelle scuole e in ambienti extrascolastici e con un diretto impegno rivolto alle famiglie che affrontano gravi difficoltà materiali. 

Nei primi sei mesi dall’avvio del programma (giugno-dicembre 2020) sono state raggiunte e sostenute oltre 66 mila persone, tra bambini, adolescenti, famiglie e docenti in tutta Italia. 

Il programma Riscriviamo il Futuro ha due obiettivi principali: la lotta alla povertà educativa e alla dispersione scolastica, da un lato, con interventi mirati a garantire un sostegno educativo nel contesto scolastico ed extrascolastico agli studenti con maggiori difficoltà. 

Dall’altro, supportare le famiglie più vulnerabili dal punto di vista socio-economico, per garantire un intervento personalizzato e calibrato sulla base dei bisogni e delle necessità specifici di ogni nucleo.

Le previsioni OCSE sul futuro

Secondo l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, le perdite di apprendimento derivanti dalla chiusura delle scuole avranno ripercussioni sul benessere economico degli individui e delle nazioni.

Gli adulti del futuro avranno meno competenze e saranno meno in grado di partecipare alle attività economiche e sociali. 

A differenza dell’impatto economico diretto della pandemia, che sarà temporaneo, gli effetti della perdita degli apprendimenti rischiano invece di essere permanenti.

Gli impatti economici della perdita di apprendimento causata dal Covid-19

Nello studio The economic impacts of Covid-19 learning losses, in particolare nella sezione “Dirette evidenze sugli effetti della chiusura delle scuole” si legge:

Le perdite di apprendimento dovute alla chiusura delle scuole hanno davvero effetti a lungo termine? 

L’analisi di tre esempi di lunghe interruzioni scolastiche – indotte dagli scioperi, gli “anni scolastici brevi” tedeschi degli anni ‘60 e le lunghe vacanze estive – mostrano che è davvero così.

Nel 1990, ad esempio, gli insegnanti della parte vallona del Belgio scioperarono per diversi mesi, chiudendo ripetutamente quasi tutte le scuole per un massimo di sei settimane consecutive per diversi mesi. 

Belot e Webbink (2010) hanno confrontato lo sviluppo degli alunni colpiti con quelli della parte fiamminga del Belgio, che non è stata interessata dalla chiusura delle scuole dovuta allo sciopero. 

I risultati suggeriscono che le chiusure scolastiche hanno portato a un livello di istruzione inferiore, compreso un minore completamento dei diplomi a livelli di istruzione superiore.

L’esperienza degli “anni scolastici brevi” tedeschi

Nel dopoguerra, l’anno scolastico iniziò in primavera nella maggior parte degli stati federali tedeschi. Per uniformare la data di inizio dell’anno scolastico all’autunno a livello nazionale, nel 1966/1967 si sono svolti due brevi anni scolastici in molti stati: il primo è durato da aprile a novembre 1966, il secondo da dicembre 1966 a luglio 1967. 

Nella letteratura attuale vengono analizzati gli effetti di questi brevi anni scolastici insieme a quelli

Dell’estensione della scuola dell’obbligo da otto a nove anni attuata in molti stati durante lo stesso periodo.

Sulla base dei dati tedeschi, si vede che gli studenti colpiti dai due brevi anni scolastici hanno effettivamente ricevuto un totale di quasi un anno in meno di istruzione (Hampf, 2019). 

Questa perdita può essere vista anche nelle competenze a lungo termine degli alunni interessati: anche nella fascia di età compresa tra i 50 ei 60 anni, le competenze matematiche sono ancora inferiori di circa un quarto a causa dei due anni di scolarità breve (Hampf, 2019).

A lungo termine, gli anni scolastici brevi non solo hanno ridotto le competenze degli studenti ma anche il loro reddito nel mercato del lavoro. Gli studenti colpiti dagli anni scolastici brevi hanno raggiunto una media inferiore del 5% durante la vita lavorativa (Cygan-Rehm, 2018).

Conclusione

Nel complesso, l’esperienza di vari casi di continue chiusure scolastiche – dovute a scioperi, brevi anni scolastici o lunghe vacanze estive – mostra che la mancanza di istruzione ha un impatto negativo sulle opportunità a lungo termine per i bambini e gli adolescenti interessati. 

La chiusura delle scuole per tempi molto prolungati ha ampliato il divario nello sviluppo delle competenze. 

Di conseguenza, c’è un grande pericolo che la chiusura delle scuole aumenti ulteriormente la futura disuguaglianza nella società.

Abbiamo sviluppato il problema, adesso è il momento di cercare delle soluzioni. 

Valory è una di queste grazie al servizio di HELP DESK gestito da professionisti psicologi, i progetti di orientamento 4.0 per sostenere i ragazzi durante un periodo fatto di scelte e una community di ragazzi che cercano nei social uno strumento di crescita.

Se hai domande sull’approfondimento o proposte di soluzioni contattami sui canali social di Valory, sarò felice di risponderti e di avere uno scambio di opinioni. 

Oppure, scrivi le tue riflessioni, i tuoi dubbi, le tue domande nei commenti qui sotto.

Mariangela Campo

Comunicare in modo costruttivo

Comunicare in modo costruttivo

Comunicare in modo costruttivo, come si fa?

Nell’ultimo anno il digitale ha raggiunto risultati incredibili, con molte più persone che trascorrono del tempo online. 

Nello studio condotto da Data Reportal, in collaborazione con We are social e Hootsuite, emerge che il numero di persone in tutto il mondo che usa Internet è cresciuto fino a 4,54 miliardi, con un aumento del 7% (298 milioni di nuovi utenti) rispetto a gennaio 2019.

Le persone che hanno usato i social sono aumentate del 9% (321 milioni di nuovi utenti) rispetto al 2019. 

Più di 5,19 miliardi di persone ora utilizza lo smartphone, con un numero di utenti aumentato di 124 milioni (2,4%) nell’ultimo anno.

Si capisce perché i siti di notizie facciano a gara per pubblicare breaking news – notizie dell’ultima ora – il più velocemente possibile, costringendo i giornalisti a concentrarsi su quello che sta accadendo in quel preciso momento, e non sul perché o sul come. 

Comunicare in modo costruttivo

La comunicazione costruttiva, invece, focalizza l’attenzione proprio su questi punti: 

– Perché è successo? 

– Come è successo? 

– C’è una soluzione a questo problema che abbia già funzionato altrove?  

– Come hanno fatto a farla funzionare?

– Si potrebbe fare meglio? C’è qualcuno che l’ha fatta meglio?

Facciamo un esempio: quando un terremoto devasta un territorio e una comunità, sentiamo parlare subito dei danni, dei morti, delle colpe. Informazioni che ci sono utili per inserire l’accaduto nel contesto, certo, ma che non ci dicono se per esempio in quel determinato luogo si era già fatto qualcosa per prevenire i danni dei terremoti e, se sì, perché quel qualcosa non ha funzionato.

I tre pilastri della comunicazione costruttiva: Problema, soluzione, processo

La comunicazione costruttiva, oltre a esporre il problema e tutto quanto ruota intorno ad esso, include la segnalazione delle soluzioni a questo problema. 

Soprattutto, la comunicazione costruttiva considera fondamentale il processo che ha portato la soluzione a un problema

Inoltre, racconta i limiti della risposta al problema, i suoi punti deboli, senza “celebrare” l’organizzazione o il personaggio che ha trovato (e provato) per primo questa soluzione. 

Julia Hotz, che fa parte del network del Solutions Journalism americano, ha detto: 

“Non esiste mai una soluzione con la S maiuscola a un problema. Le storie di soluzioni migliori spesso non parlano solo di come un’organizzazione, una politica o una persona ha risposto a un problema. L’idea è di accostare i diversi approcci per risolvere un certo problema e vedere se c’è una linea comune”.

Anche il fallimento è una soluzione

Non tutte le idee per il cambiamento sociale funzionano. Ma ciò non significa che non sia utile parlarne. Al contrario, la comunicazione costruttiva trova nel fallimento una grande lezione di esempio per le persone. 

La domanda da cui partire è:

– Gli altri possono imparare da questo fallimento?

Se altre persone possono imparare qualcosa da quello che raccontiamo, indipendentemente dal fatto che il tentativo abbia avuto successo o meno, ci sono gli elementi per scrivere una storia costruttiva

Se hai domande sulla comunicazione costruttiva contattami sui canali social di Valory, sarò felice di risponderti e di avere uno scambio di opinioni. 

Oppure, scrivi le tue riflessioni, i tuoi dubbi, le tue domande nei commenti qui sotto.

Mariangela Campo
Non avere paura ad essere straordinari” – Intervista a Federico Morgantini

Non avere paura ad essere straordinari” – Intervista a Federico Morgantini

La visione a lungo termine del business è sicuramente una dote vincente: riuscire ad essere “visionari” e saper anticipare i tempi, costruendo un futuro imprenditoriale che altri non vedono. Tutto questo, facendosi guidare dalle proprie passioni.
La carriera professionale di Federico Morgantini, intervistato per voi in occasione dei Didays dai nostri #valoryreporter, ci racconta proprio questo. Aveva ben presto compreso le opportunità multimediali, seguendo la sua passione per la scrittura.
La sua esperienza nel digitale inizia già nel 1997, fondando una delle prime società di web marketing in Italia, quando il digitale era ancora ai suoi esordi. Nel 2002, seguendo la sua passione per le moto e facendo un percorso apparentemente contrario a quanto si possa pensare, passa dall’editoria elettronica a quella cartacea diventando socio e marketing manager di MotoHP, una rivista dedicata al mondo delle moto di alto livello.
Nel 2004 si  trasferisce a Shanghai occupandosi di consulenza per lo sviluppo di aziende e startup italiane in Asia. Successivamente inizia la sua esperienza con BFC Media (media&digital company leader nell’ informazione sul personal business e sui prodotti finanziari) prima ad Hong Kong e, successivamente, in Italia diventandone socio, entrando nel Consiglio di Amministrazione e seguendone tutta la parte digital. Oggi la BFC media ha  6 magazine (tra cui Forbes Italia, rivista ammiraglia), 12 siti e due canali televisivi.

Nella sua intervista esclusiva per Valory, ci confessa di aver già chiara la strada da percorrere già ai tempi dell’Università, quando dichiarava di voler seguire la professione di editore multimediale… ed era solo il 1995.

Come esperto di web marketing quanto ritiene importante trasferire alle nuove generazioni competenze di comunicazione digitale già a partire dai primi anni di scuola secondaria?

Se si parla di scuole secondarie professionali, non c’è dubbio che il digital marketing meriterebbe molto spazio e forse un intero indirizzo di studio che potrebbe aprire le porte a molti lavori del futuro. Quanto ai licei, dove si fanno ancora studi propedeutici a quelli universitari, si dovrebbe approfondire tutto il sapere digitale, non solo in ambito marketing, per creare menti capaci di pensare nuovi servizi e prodotti.

Nel campo dell’editoria il digitale ha dato un vantaggio al settore? Il supporto cartaceo resta a suo avviso un valore aggiunto per l’informazione o verrà completamente rimpiazzato?

Le tecnologie digitali hanno dato vita a una nuova editoria, molto più interattiva e veloce. Ma è palese che la carta rimane un supporto importante per abitudine e anche per “pregio”. Fra avere un editore che pubblica il tuo libro e fare da solo un e-book, c’è molta differenza. Fra essere sulla copertina di Forbes o in home page di Forbes.it, c’è molta differenza!

Da cosa trae ispirazione per scrivere i suoi articoli?

Studio la materia e soprattutto intervisto esperti che potrebbero dirmi cose che non sono ancora state mai scritte.

Nel suo libro “Un italiano in Shanghai” mette in risalto l’importanza della conoscenza di diverse culture, che consiglio si sente di dare ai nostri VALORYERS a riguardo?

Il consiglio è semplice, viaggiate!!!! Soprattutto da giovani! E fin quando non tornerà semplice viaggiare, studiate e interessatevi anche a ciò che è lontano dal vostro quotidiano. 

Uno dei nostri VALORYERS, Mattia Barbarossa è stato nominato da Forbes come uno dei migliori giovani talenti nella categoria science, c’è un suggerimento che vorrebbe  dare a ragazzi come lui?

Quello di non avere paura ad essere straordinari, a non avere paura ad andare all’estero se serve ad imparare di più, ma anche a cercare di attrarre in Italia eccellenze internazionali come loro.

Ha qualche consiglio per i giovani che vorrebbero dedicarsi al giornalismo come i nostri DIDAYS REPORTER?

Di iniziare! Iniziare da soli dai blogger e dagli account dei social. Poi con piccoli giornali locali o di nicchia. E comunque di farsi una propria audience, dei follower. Il futuro sarà molto meno delle testate giornalistiche e molto di più dei canali social dei singoli giornalisti. 

Innovate sempre ovunque vuoi agiate.

Pensa che uno strumento di comunicazione responsabile come ValorY possa sensibilizzare un nuovo trend che avvicini aziende e giovani, favorendo la crescita di talenti nel nostro paese?

Non c’è dubbio! Anche perché le aziende ormai hanno capito che i servizi e prodotti di domani, non solo digitali, non possono che essere pensati dai giovani. I giovani, oltre a chiedere di imparare dalle aziende, devono avere il coraggio anche di dare sulla base del loro valore aggiunto, che è la gioventù stessa.

Un racconto di vita con molte sfide e fatiche, ma altrettanti obiettivi raggiunti. Forse, non è ancora chiaro per te, come è invece accaduto per Federico Morgantini, quale sarà la professione del tuo futuro, ma l’obiettivo di Valory è permetterti di trovare ispirazione attraverso  le interviste e i racconti di vita di molti esperti che incontriamo e dei coach che ci sostengono.

Guarda anche la nostra video intervista con Federico Morgantini qui e completa solo su Valory App.

Linda Lato

Il Giornalismo costruttivo

Il Giornalismo costruttivo

Che cos’è il giornalismo costruttivo?

Il giornalismo costruttivo è un giornalismo orientato sulle risposte ai problemi, che si concentra su come questi problemi possano essere risolti. 

Al contrario del giornalismo tradizionale, che indaga esclusivamente sui problemi e su quello che non va, il giornalismo costruttivo mostra anche le soluzioni che funzionano in certe realtà e tra certe comunità, e offre un’immagine più completa del nostro mondo. 

I giornalisti costruttivi scrivono dei problemi del mondo, ma cercano prove del perché, in alcuni contesti e in determinate comunità, ci sono risposte a questi problemi che funzionano. 

E, nel caso non ci siano risposte positive, il giornalismo costruttivo indaga sul perché tutte le soluzioni provate fino ad ora non abbiano funzionato.

Questo approccio consente di innescare un dialogo costruttivo non solo con i lettori, che diventano più consapevoli e in grado di migliorare la comunità in cui vivono, ma anche con le istituzioni, con i professionisti e con i politici.

Il giornalismo costruttivo non ignora le notizie negative: al fianco della notizia negativa, però, accosta una o più possibili soluzioni, portando prove di risposte che funzionano già altrove o ponendo domande sul perché nessuna risposta abbia ancora funzionato.

Il focus del giornalismo costruttivo

Il giornalismo costruttivo racconta i molti modi in cui le persone e le istituzioni cercano di risolvere i problemi, sia che queste soluzioni abbiano successo, sia che non lo abbiano. 

Ad esempio, se ci occupiamo di istruzione, non possiamo parlare solo dei problemi strutturali della scuola in Italia. 

Abbiamo anche il dovere di raccontare le storie delle persone, insegnanti, presidi, politici, che lavorano per migliorare la scuola, per dare un quadro completo del contesto. 

Il giornalismo costruttivo mette in evidenza le emozioni della storia, il livello di coinvolgimento dei protagonisti, le relazioni che si sono attivate grazie alla storia e quelle possibili, il senso di quanto si sta raccontando e le proposte delle soluzioni trovate, analizzate e valutate.  

Non possiamo raccontare solo quello che non va e sperare che a risolvere i problemi ci pensi la società con nuove leggi o nuovi paradigmi mentali. La società siamo noi, tutti noi, ed è nostro compito lavorare insieme per renderla migliore. Le persone devono conoscere esempi e modelli credibili di cambiamento, di soluzioni ai problemi, per diventare consapevoli e poter agire per migliorare la società.

Il punto di vista del giornalismo costruttivo

Le storie di giornalismo costruttivo si concentrano sui problemi sociali, sulle soluzioni che le persone trovano a questi problemi e sui limiti e i difetti di queste soluzioni.

Le soluzioni vanno inserite nel contesto specifico in cui nascono, perché non è detto che una soluzione che funziona in una comunità funzioni anche in un’altra. 

Tuttavia, conoscere come le persone tentano di risolvere un problema innesca negli altri la pratica di porsi delle domande, di avere delle intuizioni sulle eventuali soluzioni, di rintracciare quelle possibili all’interno del proprio contesto. 

Gli esempi e i modelli delle storie costruttive si basano su dati e risultati reali. 

E, se le soluzioni trovate a uno specifico problema non hanno ancora prove che dimostrino la loro validità, i giornalisti costruttivi raccontano con trasparenza e semplicità la mancanza di queste prove e i motivi per cui, secondo loro, il racconto delle soluzioni sia comunque degno di essere raccontato. 

Ti aspetto su Valory App per leggere le tue considerazioni sul progetto di giornalismo costruttivo del Constructive Network

Immagine che contiene persona, bianco, capelli

Descrizione generata automaticamente

Mariangela Campo

Non possiamo sapere quello che vogliamo se prima non proviamo_ parola di Fulvio Giuliani

Non possiamo sapere quello che vogliamo se prima non proviamo_ parola di Fulvio Giuliani

“Non possiamo sapere quello che vogliamo se prima non proviamo” parola di Fulvio Giuliani

La frase del titolo è piuttosto semplice e per certi versi anche scontata, ma forse è proprio questo il motivo per cui ho deciso di metterla.  A volte abbiamo così spesso gli strumenti sotto gli occhi che sembra quasi che non li avessimo mai avuti: come se non li avessimo mai visti. Credo che per poter raggiungere quello che si vuole si deve soltanto agire: provando, analizzando, valutando se continuare, o cambiare strada e proseguendo così. Per certi versi  questo modus operandi  si collega anche alla maniera con cui ci informiamo: solo vagliando le varie fonti possiamo comprendere veramente l’immensità del mondo e come esso funziona. L’opposto è accontentarsi, ma in molti casi -fra cui questo- non è sicuramente la soluzione.

Questo è uno dei insegnamenti che mi porto dall’intervista con Fulvio Giuliani: giornalista, conduttore e caporedattore di rtl 102.5. Prima di intervistare il dott. Giuliani credevo di apprendere semplicemente delle soluzioni a dei dubbi che mi ponevo riguardo al modo di informarsi, invece ho ricevuto un monito: un monito riguardo al proteggere i propri diritti e non avere paura di sfruttarli.  Eh sì! Perché a volte ci si può addormentare, dimenticandosi delle risorse che abbiamo ereditato. 

Ah sì dimenticavo io sono Diego, 15 anni studente del liceo scientifico di Udine e valory reporter.

Spero che, leggendo questo articolo, anche tu possa comprendere non soltanto le opportunità che possediamo, ma anche i doveri morali verso chi è venuto prima e, soprattutto, verso noi stessi. Mi è venuta una bella similitudine che spero ti possa aiutare durante la lettura: tutte le forme di comunicazione che possediamo oggigiorno, sono delle opere che ereditiamo da chi è venuto prima di noi. Noi siamo dei restauratori che devono prendersi cura di tali oggetti, ma allo stesso tempo siamo degli artisti, che, attingendo dal passato, creano un qualcosa di nuovo: di unico; diventando in un certo modo noi stessi un’opera: l’opera più bella. 

Detto questo ti auguro buona lettura e do il via all’intervista a Fulvio Giuliani!

Prima di iniziare con le domande vorrei chiederti di presentarti, se possibile tramite un aneddoto.

Di mestiere faccio il giornalista, ma il modo in cui mi sono avvicinato a questo lavoro è stato del tutto sommato casuale. Mi è sempre piaciuto scrivere e raccontare sin da bambino. Ricordo benissimo, come se fosse ieri, quando alle scuole elementari mi fecero fare una ricerca sulla rivoluzione iraniana del 1979 dell’ayatollah khomeini e, nonostante oggigiorno sia un tema improponibile per un bambino delle scuole elementari, è un ricordo che a distanza di 40 anni porto ancora con un sorriso dentro di me. Devo dire però che pensavo di fare tutt’altro. Per questioni di eredità familiare sarei dovuto diventare un avvocato, ma in realtà  -come scrivevo all’inizio-  accompagnando  casualmente  un amico ad un provino per una radio di Napoli, mi sono innamorato in particolar modo di essa, e da lì ho cominciato ad entrare nel mondo della radio e del giornalismo. Alla fine tutto si è susseguito naturalmente: è un costante sviluppo composto da tanti passettini alla volta: dove ho incontrato molte situazioni sia difficili, ma soprattutto stimolanti. Ancora oggi dopo “molti passi” mi ritrovo qui,  e continuerò sicuramente ancora finché ne avrò le forze:  perché  questo è un tipo di lavoro dove l’approdo non è assolutamente la pensione!

Dopo aver visto il tuo Ted talk, mi è rimasto molto impresso il  tuo concetto di non fermarsi mai al primo risultato di ricerca, e anche al fatto che tutti noi possediamo nel nostro telefono cellulare una quantità di informazioni, paragonabile alla biblioteca di Alessandria d’Egitto. Ti vorrei chiedere se tu potessi spiegare il perché è così importante informarsi in modo variegato, dicendo anche quali sono i vantaggi di questo tipo di informazione e quali sono gli svantaggi di non informarsi in questo modo: perché i miei coetanei, ma in generale tutti, possano fare propri questi concetti, non lasciandoli soltanto come delle belle parole.

Innanzitutto, bisogna dire che questo è un aspetto cruciale della mia vita, prima ancora che della mia professione. Per me, ma in generale per tutti è vita. Prima ti ho fatto l’esempio di quella ricerca delle scuole elementari. Tu puoi immaginare che strumenti io avessi all’epoca, fondamentalmente: i giornali, i racconti di mamma e papà e il telegiornale, basta.  Oggi al contrario, chiunque ha la famosa biblioteca di Alessandria dell’esempio che feci sul palco di Ferrara al Ted talk, ed è una fortuna che ci dobbiamo saper meritare. Perché è vero che è un’opportunità incredibile, ma sta a noi saperla sfruttare sapientemente. Il motivo per cui dovremmo farlo è perché è l’unico modo per provare a capire il mondo che ci circonda. Fermarsi al primo esito di una ricerca, significa rifiutarsi di capire: accontentandosi della via talvolta più comoda. Poi magari il primo risultato di una ricerca è quello più consono, più ampio e anche più soddisfacente, ma non è assolutamente detto: questo lo devo constatare soltanto leggendo ed informandomi sempre di più. L’alternativa è credere al primo che passa, ed è un’alternativa pericolosissima sia nella vita sociale: quindi come comunità, ma anche a livello personale. Perché se io sono disposto a credere alla prima persona che incontro per strada, essa potrebbe non essere la persona giusta. Darci completamente ad una persona che potenzialmente potrebbe non essere quella giusta è estremamente pericoloso.  È una forma mentis che prima acquisiamo e meglio è. Perché poi non la si abbandona più, visto che ci si è stati abituati all’idea: di far ricerca, di studiare, di non accontentarsi mai, e questo alla lunga porta a imparare sempre di più.

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Rimanendo nella similitudine con la biblioteca di Alessandria, ho riscontrato questi due possibili rischi: da un lato, cercare di comprendere tante informazioni attingendo a soltanto un libro: quindi rischiando la ipersemplificazione, e dall’altro rimanere intimoriti dalla quantità di libri riguardo un argomento o una notizia. Dal tuo punto di vista, come può un giovane “districarsi” in questa vastità di fonti?

La complessità fa paura ed è normale che faccia paura. La storia ci insegna che spesso alle masse sono state vendute come verità assolute delle costruzioni assolutamente fantasiose, talvolta anche con dalle finalità orrende, perché facili da spiegare; ed è ovvio che è molto più facile tendere le persone con una visione semplicistica della realtà: prima sicuramente più di oggi. Oggigiorno comunque quella stessa biblioteca di Alessandria nelle nostre tasche impedisce l’organizzare le masse con relativa facilità, come il novecento c’è l’ha tragicamente insegnato. Però per la singola persona è ovvio che è più comodo, più facile e più suadente affidarsi alla spiegazione semplice in 280 caratteri di un tweet: perché costa meno fatica, e nessuno ama faticare. La complessità e gli scaffali zeppi di libri mettono ciascuno di noi davanti ad una sfida; ed è certamente molto più complesso, ma la soddisfazione di: conoscere di più, di aver sentito diverse campane, diversi pareri, diverse visioni anche della realtà, ripaga totalmente lo sforzo . Poi sarà sempre lasciato a noi il libero arbitrio di scegliere la versione a parer nostro più vicina alla realtà. Ovviamente a 15 anni si è nell’età adolescenziale, si è nell’età dei principi assoluti ed è giusto che sia così. Si sa: si ama come non si è mai amato, si crede come non si è mai creduto. Col passare degli anni però le granitiche certezze vengono meno, ma dall’altro lato si acquisisce sicurezza e si scopre che il mondo è meravigliosamente vario. Quello che non viene neanche considerato magari a vent’anni, affascina terribilmente a 40, ma questa è una conquista. Il poter fare cose differenti, il non sapere necessariamente dove andremo, che tipo di lavoro faremo è una conquista dei nostri tempi.  Già i nostri genitori avevano dei binari molto più definiti. C’era più sicurezza, c’era meno dubbio: nella loro fase di formazione e nei primi anni professionali sapevano dove sarebbero andati a parare. Io credo però, che oggi ci siano delle opportunità meravigliose. A tutt’oggi per quanto io abbia 50 anni, ho l’assoluta certezza che da qui alla mia vita professionale futura arriveranno cose talmente nuove, che oggi semplicemente non esistono: lavori che oggi non ci sono, forme di comunicazione che non esistono, e questa è un’opportunità incredibilmente meravigliosa, che semplicemente 30 anni fa non c’era!

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I social in questi anni hanno formato delle connessioni sempre più profonde nelle nostre vite: sia a livello privato, ma che a livello lavorativo. Ecco, portando te come esempio con il tuo format “60 seconds”, vorrei chiederti come possono anche i giovani utilizzare queste piattaforme: non soltanto come mezzo di intrattenimento, ma anche come strumento per creare contenuto.

Resta a voi: è molto semplice. Se siamo abbastanza curiosi e interessati al mondo, da osservare i social con occhio critico -quindi- divertirsi e ci mancherebbe altro, ma usarli anche per conoscere un po’ di più, scegliendo le persone da seguire che possono darci dei contenuti. Da tutto questo potrebbe venirci voglia di sperimentare qualcosa in prima persona.  Questo è quello che ho fatto, non ho inventato nulla di spettacolare: ho semplicemente dato continuità al mio lavoro di sempre in radio anche attraverso i social. Si chiama continuità nella differenza: la differenza c’è anche nei differenti metodi di espressione. Nessuno di voi ha dei paletti che non può superare. Potete provare negli ambiti che vi possono interessare maggiormente, che siano: la musica, che sia un intrattenimento, che sia la lettura, che sia la scrittura.  Potete fare quello che volete: era quello che dicevo prima: i limiti ce li poniamo, ma non ci sono. Scegliamo noi quale sarà il nostro limite espressivo. Certo se uno si preoccupa di non avere sufficienti followers forse parte male. Perché se quella è l’unità di misura, è piuttosto difficile iniziare, visto che il primo passo non potrà avvenire con 200 mila persona che ti seguono. Non avviene e non può avvenire. L’ordine di misura non può essere quello, perché nell’universo social esiste questo specchietto delle allodole riguardante il numero di  followers, che è pur importante per chi ne fa un uso professionale, ma alla vostra età stiamo sperimentando, stiamo conoscendo: quello deve essere l’ultimo dei problemi. L’ultimo: non il penultimo, l’ultimo! La vera esigenza deve essere sperimentarsi, e poi chissà, magari trovate un lavoro, magari trovate il vostro vero ambito di realizzazione: semplicemente noi non lo sappiamo, non lo possiamo sapere prima di fare.

In un’intervista avevi detto che la dimensione del racconto può rendere anche i concetti più difficili semplici: con l’avvento dei social come pensi che si svilupperà l’abilità del racconto nel futuro?

Io credo molto: credo molto perché il racconto è in noi, e nel nostro dna, è un qualcosa che c’è sempre stato e sempre ci sarà. Certamente in forme diverse, ma la sostanza non cambia. Da quando i nostri avi affondano le nostre radici nella Grecia e nella Roma antica: da allora, la dimensione del racconto soprattutto nel mondo greco, seppur con strumenti radicalmente diversi e seppur siano passati tremila o quattromila anni a seconda dei casi,resta quella. È ovvio che è cambiato tutto, ma la dimensione del racconto, la dimensione del tramandare agli altri: tradizioni, racconti, la nostra memoria, non cambia. Semplicemente adesso abbiamo degli strumenti di incredibile potenza. Oggi non ci mettiamo più attorno ad un fuoco ad ascoltare i racconti dell’epica, ma invece ci mettiamo davanti a un fuoco ideale: digitale. Ci mettiamo ad ascoltare una persona, che ci affascina con la sua capacità di portarci per mano lungo i percorsi della storia, o della tecnologia, o del futuro. Il racconto è lì, il racconto non cesserà mai di esistere: perché è connaturato nell’uomo.  Un uomo che non dovesse più avere interessi o capacità a raccontare della propria storia,  della storia di chi è venuto prima, o  di chi verrà dopo di lui, sarebbe un uomo pericolosamente vicino ad una macchina: magari capacissima di svolgere calcoli per noi inimmaginabili, ma a tutt’oggi non capace di generare l’opera di intelletto.

“Un adulto che non gioca è un adulto perso”, tue parole. Ecco, con la tua esperienza, che consiglio daresti a un giovane perché non si ritrovi nell’età adulta “sperduto”?

Più che perso, è un adulto che ha dimenticato la sua parte bambina, ed è sempre un gravissimo errore. Io ho il terrore delle persone che si prendono sul serio e delle persone che ritengono non solo di avere tutte le risposte, ma di essere molto seriose. Le persone di maggiore qualità che ho incontrato nella mia vita personale e professionale, sono quasi sempre persone molto profonde, ma allo stesso tempo con una capacità di leggerezza meravigliosa, con una capacità di ironizzare su se stessi, sulle proprie debolezze, sugli errori e perché no anche con la capacità di giocare. La dimensione del gioco è fondamentale: perché in essa ci si riconnette con la parte bambina, con la parte più disposta a meravigliarsi.  Quando noi smettiamo di meravigliarci siamo finiti.  Perché diventiamo aridi: non siamo più disposti al nuovo, ma finché ci meraviglieremo, saremo sempre disposti a divertirci, a imparare e a fare un passo in più. In caso contrario, saremo condannati a ripetere sempre le stesse cose.

Se potessi incontrare il te stesso quindicenne che cosa gli diresti?

Di avere meno paura: perché quella è l’età anche di tantissime paure. Ho una figlia della tua età e quindi credo che ci sia anche in lei, come in tutti i quindicenni, questa dimensione della paura, dell’ignoto, del non sapere dove si andrà a parare. Per voi in una forma diversa rispetto a quella che abbiamo vissuto noi: noi avevamo dei genitori molto consapevoli -come accennato in precedenza- della strada da indicare ai propri figli, sempre con le massime e migliori intenzioni, ma oggi questa dimensione si è un po’ persa; e non è che noi, come genitori non lo sappiamo, ma è soltanto che  il mondo è cambiato in modo molto più fluido rispetto prima. Le strade sono molto più difficili da individuare, e quindi noi genitori dobbiamo dire più cose, ma dai contorni più sfumati; mentre prima se ne potevano dirne di meno ma più definite. Quindi quello che direi al me di 35 anni fa è: “Abbi meno paura, non ti preoccupare, perché gli errori che certamente commetterai sono fondamentali per capire quale strada vorrai intraprendere.” Questa è l’unica cosa che mi permetterei di dire al me di 35 anni fa, che peraltro si è divertito molto ed è stato che estremamente fortunato: perché ha avuto un’adolescenza di incredibile bellezza.

Infine ti vorrei chiedere di lanciare un messaggio a tutta community di Valory.

Il  messaggio è: insistere, continuate a fare quello che state facendo,mettetevi alla prova, rischiate, sbagliate sbagliate ancora. Non abbiate paura di cambiare strada, perché  attraverso l’errore capirete -lo dicevo prima e lo ripeto- quale sia la strada più consona, o meno, alle vostre caratteristiche. Non abbiate paura di esplorare: perché questa è l’età in cui potete fare quello che volete: potete sperimentare e potete divertirvi; soprattutto ascoltate voi stessi: è difficilissimo, poi col passare degli anni lo facciamo sempre di più perché è tipico dell’uomo e della donna che crescono.  Non cominciate per nessun motivo a raccontarvi bugie per comodità: convincendovi che quella è la cosa giusta da fare perché la vita, le responsabilità e gli impegni vi costringono. Non fatelo per nessun motivo! Meno storie vi racconterete ora, meno ve ne racconterete un domani, e vi assicuro che se fate così vi divertirete molto, ma molto di più. Iniziate a scegliere anche i maestri: scegliete le persone a cui dare fiducia e quali ascoltare: perché già a questa età capite a pelle quali sono le persone che meritano la vostra fiducia e quelle che non la meritano, e la vita è vostra!

Nell’intervista si è anche parlato dell’abilità del racconto, e sono proprio convinto che Fulvio Giuliani nelle sue risposte ne abbia mostrato un chiaro esempio: ho percepito un grande spinta dentro di lui. Si nota l’amore con cui parla della radio, ma più in generale riesco a vedere il bambino che è dentro in lui e di cui mi ha saputo raccontare. Mi ritengo fortunato ad aver conosciuto una tale persona, che prima di tutti i titoli conferitogli, per me è innanzitutto una persona viva e vera: non solo con il corpo, ma soprattutto con il cuore e la mente; e non per nulla scontato incontrare una persona “realmente vera” oggigiorno. 

Quello che vorrei trasmetterti con tutto me stesso è la chiamata all’azione: la chiamata a vivere che ho sentito. Come ho detto all’inizio, è importante ricordarsi degli strumenti e delle possibilità che oggi possediamo, imparando anche a ringraziare per questo; ma altrettanto importante è sporcarsi le mani creando: l’immaginazione ci è stata donata pur per un motivo! Non vorrei comunque trattenerti troppo con parole e concetti troppo aulici e lontani. Il dott. Giuliani ha già detto tutto. Vorrei soltanto provare a condividerti un po’ dell’energia che ora provo, ma credo che anche tu dopo la lettura ne abbia già fatto il pieno. Che dire: sperimentate, provate, sbagliate, ascoltate voi stessi, e la vita è vostra!

Se sei curioso e hai voglia di sentire l’energia di Fulvio Giuliani, puoi vedere la video intervista su Valory app.

Diego Patrizio

“Il valore delle nostre passioni sta nella condivisione” ANDREA SANTAGATA

“Il valore delle nostre passioni sta nella condivisione” ANDREA SANTAGATA

INTERVISTA AD ANDREA SANTAGATA, Direttore Generale MONDADORI MEDIA

In questi giorni ho avuto il piacere di intervistare Andrea Santagata, Direttore Generale di Mondadori Media, la società che gestisce le attività print e digital dei brand del Gruppo Mondadori. 

Santagata ci ha dato degli spunti davvero interessanti sulla promozione delle nostre passioni unita al valore della condivisione all’interno di una community, l’importanza dei Social per trovare nuovi talenti e per finire ci ha dato alcuni consigli su come andare a migliorare la comunicazione in un progetto come Valory. 

Ecco per voi l’intervista.

Cosa rappresentano i social e le multimedialità per un editore importante come Mondadori Media? 

Secondo il mio punto di vista i social non sono una moda o un media da rilegare a una parte di intrattenimento della vita delle persone. Per noi sono un nuovo paradigma di relazione con i lettori ed utenti e di fare editoria. I Social non sono solo infatti un grande canale di intrattenimento, ma stanno diventando anche un modo per creare community attorno alle passioni delle persone: ambiti in cui siamo fortemente presenti creando luoghi dove le community di persone si incontrano, per quanto possano essere virtuali. Lo facciamo ad esempio nella moda attraverso il nostro brand Grazia, nel food con GialloZafferano, nel beauty con Donna Moderna.  

I Social ci stanno quindi cambiando, perché ci stanno rendendo tutti protagonisti, trasformandoci in “prosumer” cioè produttori di contenuti. Ad oggi i protagonisti non sono più il contenuto e il brand, ma al contrario il contenuto e il brand si mettono al servizio delle persone per far sì che lettori, utenti e follower realizzino le loro passioni.

Quindi se una persona sceglie GialloZafferano per una ricetta, il vero protagonista è la persona stessa che realizza quel piatto a casa e lo offre ai propri amici o alla propria famiglia. In questo modo viene gratificato e, grazie al nostro brand, un momento social “virtuale” diventa un momento social “reale”.

I social sono anche un modo di fare caring delle persone, di unirle attorno alle proprie passioni e di renderle attivamente protagoniste e co-creators insieme a noi: in questo modo arricchiamo anche noi stessi come editori grazie ai loro contenuti.

Ci definiamo una social multimedia company: multimedia perché questo paradigma funziona su tutti i canali in cui il nostro brand è presente, dal web ai social ai magazine che sono allo stesso modo delle community, come lo sono anche i tanti eventi che stiamo organizzando unendo il fisico al digitale.

Parlando sempre di community, pensa sia un modo per poter trovare nuovi talenti? 

Penso che per un editore come noi i Social Media siano molto importanti perché ci permettono di raggiungere diversi target, anche quelli più giovani.

Ad esempio su TikTok abbiamo iniziato a lavorare da alcuni mesi con alcuni nostri brand e con risultati molto interessanti:  per noi sta diventando la più grande fucina per trovare nuovi talenti e nuovi creators. Sia nel campo della moda con Grazia sia della cucina con GialloZafferano, per fare qualche esempio, ci sono tantissime persone che vogliono esprimersi e soprattutto che lo dicono in maniera originale.

A volte però i social vengono anche visti come un posto dove c’è tanto contenuto ma non sempre di valore. Dal mio punto di vista questo non è vero o è vero solo in parte: i social sono una grande piazza variegata che consente a tutti di esprimersi. Pensate a TikTok: in questa piattaforma c’è stata una grande trasformazione; all’inizio era utilizzato solo da adolescenti mentre adesso è diventato un media molto diverso, dove si trovano persone che esprimono le proprie passioni con grande originalità. 

Quali suggerimenti può darci per comunicare al meglio un progetto come Valory, definito da Il Sole24Ore il 1°social responsabile, che si presenta in un contesto dibattuto come il “Social Dilemma” e che ha l’unicità della responsabilità e della condivisione di valori?

Penso che il posizionamento che è stato trovato sia veramente importante, perché quello che manca ai social in parte è proprio questo: la riscoperta di valori comuni.

Sappiamo dell’esistenza anche di un lato dark dei Social, come nel caso delle fake news, delle bolle informative o della polarizzazione delle opinioni delle persone che vanno a scontrarsi in fazioni: tutto questo c’è nei social ed è un po’ intrinseco nel meccanismo stesso del mezzo, che premia il contenuto o l’utente più seguito.

Quindi sottolineare la parola “valore” è estremamente importante sui social. Valore delle persone, valore dei talenti e anche valore di stare nella società, con delle regole condivise. Questo secondo me è la grande sfida che voi giovani avete davanti. Saper comunicare con maggior forza e trasmettere il senso di questi valori.

Per essere scelte le piattaforme dovrebbero avere in mente queste due priorità: per prima cosa il messaggio, che deve essere chiaro, molto diretto e che spieghi il motivo del perché una persona dovrebbe entrare a far parte di questa nuova community; la seconda cosa è ciò che mi distingue dagli altri e, nel vostro caso l’importanza dei valori comuni è un’ottima scelta di posizionamento.

E per finire può lanciare un messaggio alla giovane community Valory su come approcciarsi al futuro?

Approcciatevi al futuro in maniera aperta, inclusiva, curiosa e rispettosa, rispettandosi, gli uni con gli altri e questo penso possa portare benefici ad entrambe le parti.

Vi aspettiamo su Valory App dove potrete ascoltare l’intervista completa, farci sapere cosa ne pensi e condividere con noi le tue esperienze e le tue passioni.

Vieni con NOI!

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Samantha Zorzi